Arnolfo Petri  porta in scena gli effetti subdoli e devastanti di una sindrome “familiare” ma al tempo stesso ignota.

L’Accademia Teatrale Il Primo e la Compagnia Arnolfo Petri portano, in prima assoluta, sul palco del Teatro Elicantropo, la messa in scena di Acting out di Arnolfo Petri, nella triplice veste di autore, attore e regista. Il testo è tratto da Teatro dell’anima, trilogia teatrale di cui fanno parte Madame B e Camurrìa, sempre di Petri.

Ancora una volta è il “Noi” della famiglia ad essere il punto di partenza per discendere nei meandri dell’ “Io”. Un “Io” forgiato da un cinismo assoluto, che rasenta il surreale almeno come ce lo mostra Massimo (Arnolfo Petri), avvocato affermato che da vittima di un’ infanzia difficile, sfoga ora la sua rabbia sulla sorella schizofrenica Milena (Anita Laudando) rendendo il presente intollerabile.

La vicenda affonda le sue radici nel passato, quando il padre dei due fratelli viene ucciso per cause apparentemente inspiegabili. Di quell’episodio vi è solo il vago ricordo della madre (Lucia Stefanelli Cervelli), che dell’assassino del marito rammenta solo un tatuaggio sul petto. Da quel giorno sono trascorsi degli anni ma come “chiodi nella palizzata”, i segni permangono anche se sopiti.

La messa in scena si sviluppa in una casa dissestata prossima all’abbattimento (scene di Armando Alovisi) proprio come sono gli animi dei protagonisti, sgretolati, macchiati e prossimi al punto di non ritorno. A dare inizio al triste epilogo è Paolo (Diego Sommaripa), ambiguo homeless che si insinua nella casa dei tre. Paolo è la miccia che fa esplodere l’acting out (termine utilizzato dalla psicoanalisi per definire azioni impulsive e spesso violente che non vengono filtrate dal pensiero) in quanto simile nell’aspetto ad Andrea, unico vero amore conteso tra Milena, privata da Massimo della possibilità di diventare madre in quanto ritenuta incapace di intendere e volere, e dallo stesso avvocato in quanto omosessuale. Di fronte ai conflitti che sorgono tra i fratelli, si assiste ad una madre chiusa nel suo silenzio le cui poche parole pronunciate sono quelle di accusa nei confronti degli estranei che negli anni hanno vissuto in casa sua ed in ciascuno dei quali riconosce l’ipotetico assassino del marito.

Permeata di tristezza e tenerezza è la personalità di Milena che usa ogni sorta di espediente di seduzione per trattenere in casa sua Paolo: il motivo che si nasconde dietro il suo atteggiamento da ninfomane, però, è più nobile di quanto potrebbe sembrare; ella cerca semplicemente compagnia e affetto, visto che la madre è perennemente sedata dai medicinali che ingurgita e Massimo non vive più con loro da tempo considerando entrambe pazze (sebbene il reale motivo sia la sua omosessualità mai accettata dalla madre). Squallida, amorale e fedifraga è la figura di Paolo che decide di vivere con Massimo per soldi, fingendosi innamorato di lui (sulla scena più volte i due attori, Arnolfo Petri e Diego Sommaripa si scambiano baci appassionati per rendere ancora più cruda la messa in scena. Difficilmente a teatro si assiste ad un qualcosa di simile e ciò può essere inteso in modo positivo come dato che rispecchia ancora di più la realtà in cui viviamo ) ma, al tempo stesso, continuando ad intrattenere relazioni sessuali con Milena e andando, così, contro il volere dell’avvocato che solo dopo  tempo capisce il suo doppio gioco.

La mescolanza di tragedie che si susseguono nell’angusta casa è scandita dalla musica di un giradischi che crea delle brevi pause tra un dramma e l’altro (musiche originali di Marco Mussomeli). Si giunge così ad un epilogo fin troppo amaro da poterlo concepire nella realtà, in cui la follia e la violenza prevaricano sopra ogni forma di moralità ed i colpi di scena non mancano di palesarsi.

Molto apprezzabile è il tentativo di Arnolfo Petri di portare a conoscenza del pubblico una sindrome sconosciuta che inquina l’animo umano e che serpeggia troppo spesso tra le “tranquille” mura domestiche. Con rammarico  però il pubblico non sembra cogliere a pieno il senso di Petri (applausi sommessi) a causa, probabilmente, del modo esasperato con cui si è scelto di rappresentare situazioni reali rasentando il surreale. Ma la follia in quanto tale sfocia sempre in un qualcosa di difficilmente comprensibile e per questo motivo anche l’opera di Petri andrebbe letta in questa chiave.

In replica fino a domenica 29 aprile.

 

Francesco La Rocca

 

 

Teatro Elicantropo

Via Gerolomini, 3 – Napoli

Info: 081 29 66 40

e-mail: teatroelicantropo@iol.it

www.teatroelicantropo.com

 

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