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In scena in prima nazionale al Teatro Mercadante di Napoli, da mercoledì 16 novembre a domenica 27, lo spettacolo diretto dal regista di numerosi successi cinematografici, rilegge e rielabora “Finale di partita” in chiave partenopea.

di Domenico Ascione

Foto Ivan Nocera

Foto Ivan Nocera

«‘A tiene, ‘na cosa ‘a raccuntà?», faceva dire Sorrentino all’Antonio Capuano del film “È stata la mano di Dio”. Apparentemente Totò/Hamm e Peppino/Clow da dire non hanno proprio nulla, e invece hanno l’esatto opposto: “banalmente” hanno tutto. Un gigantesco Carlo Maria Todini e un semplicemente mostruoso Roberto Del Gaudio, entrambi impeccabili nel tratteggiare con precisione millimetrica il proprio personaggio di cui controllano con acume tono di voce, mimica e prossemica, vestono i panni sgangherati di «un Peppino che non si siede mai» e di «un Totò cieco e incapace di stare in piedi», in quella che è, a tutti gli effetti, una deferente (e differente) celebrazione del genio assoluto di uno dei più grandi drammaturghi di tutti i tempi; quel Samuel Beckett troppo spesso e frettolosamente definito dai non addetti ai lavori come capostipite, caposaldo e capofila del cosiddetto “teatro dell’assurdo”. Eh, ma perché ad essere assurdo è l’Uomo stesso: se ci pensate, un vero e proprio concentrato di contraddizioni vivente, molto spesso vegetante, quasi sempre parlante. O, per meglio dire, vaneggiante.
L’idea di Capuano prende le mosse, come racconta lo stesso regista e autore partenopeo, da una supposta lettura con annessa supposta prova teatrale di “Endgame” da parte dei due amici-comici in un «non precisato spazio periferico» (più beckettiano di così si muore, ndr). Addirittura si narra che il De Curtis, non appena giunto al finale di… Finale abbia avuto ad esclamare: «Mi si confà.» Ma di quello che sarebbe potuto essere in tutti i sensi uno spettacolo coi baffi non si possiede ahinoi alcuna traccia, così è affidato alla visionaria fantasia dello stesso Capuano il complicato compito di ricostruire, ritessere, ri-portare alla luce la resa scenica di una pièce del genere.

Foto Ivan Nocera

Foto Ivan Nocera

Ed ecco che allora un tipico basso napoletano diviene lo sfondo perfetto per un infinito scambio di battute post-apocalittico, e Totò e Peppino si trasformano improvvisamente, rispettivamente, magicamente in Hamm e Clov. Tra melanconici ricordi di successi passati, disgrazie presenti e presagi di future sciagure, i due passano da palo in frasca in un continuo botta e risposta che non sembra far altro che spostare in avanti un destino già segnato. Come se le parole avessero il potere di evitare l’inevitabile; se ben dosate, certo, puntualmente scelte, scandite, quasi compitate. Insomma, equequà, dette “alla Totò e Peppino”. Potere che, chiaramente, queste ultime non possiedono, come sapeva benissimo lo stesso Samuel Beckett, autore nel 1956 (“Finale di partita” è coetaneo) di “Atto senza parole”: un solo protagonista, muto, in un deserto illuminato da una luce abbagliante. Comandato a bacchetta da un fischietto fuori scena che ne esorta, impedisce e definisce i movimenti. Il suo unico obiettivo sarebbe quello di raggiungere una caraffa d’acqua calata dall’alto e legata ad una fune; vano risulta, però, qualunque tentativo di successo. Vana persino un’improvvisata impiccagione. Non resta altro che aspettare la fine, oppure, se preferite, il finale. Perché la vita è un’eterna partita a scacchi, dove hai voglia a muoverti a zigzag, in diagonale o “a L”: alla fine, perdivinc… ehm, perdinci e poi perbacco, a lasciarci le penne è sempre un Re. O meglio, in questo caso, un Principe.

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